Jamila Zaki

Ne consegue che attraverso il linguaggio universale della Danza si possano far passare dei messaggi importanti e dei nuovi punti di vista, sfidando il conformismo ed i luoghi comuni che troppo spesso circondano soprattutto questo tipo di disciplina, che nel corso dei secoli e per sua evoluzione storica è stata sempre soggetta a mistificazioni, stereotipi ed interpretazioni distorte. La Danza Orientale ha trovato spazio in Occidente soprattutto a partire dagli anni ’60-’70 perchè era curiosamente in sintonia con una visione del mondo più libera ed aperta a nuove conoscenze e ad una diversa interpretazione della femminilità che aspirava non solo ad un emancipazione di tipo esteriore,ma anche all’affermazione di valori importanti per l’universo femminile, e si è manifestata come una poetica del corpo che raccontava le emozioni di ogni donna nelle varie fasi della sua esistenza, celebrava un nuovo modo di vivere la propria sensualità al di fuori di banalità, condizionamenti e luoghi comuni. Negli ultimi anni si assiste ad una tendenze contrastante; se è vero che si riscontra un interesse sempre crescente rispetto a tale danza,stimolato dalla sicuramente maggiore disponibilità di materiale sull’argomento, è altrettanto vero che il modo del business, incoraggiato dall’industria dello spettacolo americano, ha lanciato la “Belly dance” sul mercato internazionale come fosse un prodotto preconfezionalto: belle facce, corpi perfetti ed indubbiamente una tecnica impeccabile, coreografie eseguite con precisione maniacale, molto più perfette di quanto una danzatrice autoctona riuscirebbe a realizzare, su basi musicali più orecchiabili per un occidentale e con tempi e dinamiche scattanti e di effetto; è stato insomma studiato un prodotto in sintonia con il format che la parte “potente” del mondo ritiene sia giusto ed adeguato ai suoi standard, e … di conseguenza ed inevitabilmente, ai “nostri”! … ma dobbiamo davvero permettere che la logica del business, che già controlla ogni sfera della nostra esistenza scelga quello che è giusto e che ci deve piacere anche nel campo dell’espressività? Allo stesso modo lo stesso mercato ha sfornato una gamma di “prodotti” tutti perfettamente associabili e complementari a questa attività, come una sorta di kit pronto all’uso e funzionale a questa nuova arte che da solo si ritiene in grado di confezionare una danzatrice fatta e finita, rifornendola di tutto quello che materialmente “fa” professionista, a scapito del necessario bagaglio di esperienza e formazione, normalmente ritenuto indispensabile in qualsiasi altra disciplina: cd, dvd, libri, un variopinto set di costumi ed accessori per tutti i gusti e le tasche, soluzioni di vacanza-studio per soddisfare la propria voglia di danza in località esotiche e “sul posto” (non importa se i raffinati resort nei quali poi si viene ad essere rinchiusi sono ancora meno autentici di quanto possono esserlo le nostre occidentalissime scuole); ne consegue la creazione di un mondo in cui conta molto di più avere un bel sito ricco di foto con un design accattivante ed immagini multimediali rispetto ad avere realmente qualche cosa da dire, nel quale è molto più importante che la propria immagine sia creata e studiata per essere vincente da un punto di vista del marketing (d’altronde anche una danzatrice deve pur vivere di qualche cosa) che rimanere fedeli al proprio modo di sentire, aver frequentato poche ore di stage, profumatamente pagate, con l’ultima “star” di grido che aver seguito un percorso continuativo ed approfondito adattato alle proprie esigenze personali ed in coerenza con il proprio modo di sentire questa danza. Rispetto ad un bombardamento di stimoli, informazioni e proposte che giungono da ogni dove, uguali a sé stesse e senza alcun filtro e selezione è di fatto difficile potrer fare delle scelte coerenti con il proprio modo di essere; come è facile intuire le proposte più commerciali sono anche quelle che arrivano più facilmente al grande pubblico creando distorsioni e coltivando la convinzione che quello proposto con queste modalità sia “l’unico modo possibile” di vivere questa danza. Di fronte a questa tendenza all’omologazione ci terrei molto a ribadire che questa danza è per tutte, o ancora meglio, per tutti, in quanto ognuno attraverso le sue diverse sfaccettature ed interpretazioni ha la possibilità di esprimere quella parte di sé che non si manifesta nella quotidiana routine, aprendosi in questo modo a tutte le possibilità di cambiamento che questa esplorazione individuale comporta. Una danza quindi che si basa sulla tradizione ma aperta al nuovo ed aperta a tutti, che abbia anche il coraggio di non piacere ma che sia l’espressione della nostra ricerca e del nostro modo di sentire … auguri perché questo si realizzi con ciascuno di noi!

Email:jamila.zaki(at)tin.it

Circolo Culturale e Danza Mediorientale